Racconti Antoniani

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Prefazione

Se Dio esiste, è presente, regna, ma non si fa vedere, vuol dire che si nasconde. Ma dove? Forse è nascosto in un pensiero, una sensazione, un desiderio, una suggestione, un battito d’ali, dietro un angolo, nell’anima di un anacoreta, nell’Eucarestia, nei pensieri di un santo. Insomma è lui che sceglie come farsi vedere. E a volte lo fa in modi inusuali.

Mi sono concesso questo breve-lungo viaggio in fatti realmente accaduti che hanno l’unica pecca di essere autobiografici e che hanno sortito un certo effetto tra le persone a cui li ho raccontati

A volte, in piccoli quasi trascurabili episodi si rilevano sensibili tracce di divino che lasciano non solo un ricordo, ma che possono spingerci all’azione. Quella per il bene.

Buona lettura.

P. Gaetano

4.TROVATE SE CERCATE


Inizio questo breve racconto con l’invertire il noto consiglio evangelico per sottolineare che si trova solo se si cerca realmente. Avete presente quell’aneddoto del rabbino che ogni giorno si recava in sinagoga per chiedere al Signore la grazia di vincere la lotteria? Il Signore era lì ad ascoltare fino al giorno in cui sbottò e disse al buon uomo: “va bene, ma almeno comprati il biglietto!”. E forse molti di noi fanno l’errore di chiedere qualcosa senza né crederci né volerlo veramente. Ma andiamo ai miei modesti riferimenti che pur essendo autobiografici, e quindi strettamente soggettivi, mi sono più vicini e chiari.

Penso quindi ad un primo episodio in cui avvertii un grande senso di smarrimento. Era il lontano 1988. Rientravo da un anno trascorso in Germania come prete ausiliario in una parrocchia di Monaco e i Superiori mi destinarono a Padova per iniziare un’attività di pastorale vocazionale avvicinando ragazzi che desiderassero approfondire la conoscenza del progetto di vita della nostra Congregazione.       Nella zona di Padova non conoscevo quasi nessuno e non sapevo come, dove o con chi cominciare. Ma ero pur sempre nella città del Santo che lascia ritrovare le cose perdute. Pensai così di recarmi ancora una volta alla Basilica del Santo dove peraltro andavo ogni quindici giorni per confessarmi. Chiesi così a S. Antonio di aiutarmi a trovare un inizio o una via percorribile. Tra la richiesta della grazia e la sua soddisfazione non passò molto tempo. Uscendo dalla Basilica impatto in don Jan Kosiar, giovane prete slovacco e mio ex collega all’Università Lateranense di Roma. Avevo con lui una sincera empatia perché per realizzare la sua vocazione era dovuto fuggire dalla Slovacchia comunista, e riusciva a comunicare con la sua famiglia solo grazie ad un camionista italiano importatore di carne che portava clandestinamente la corrispondenza a destinazione. Da Don Jan appresi quel giorno che lui lavorava a Bratislava nella redazione del settimanale cattolico e che da quelle pagine potevamo cominciare a lanciare messaggi “vocazionali”. Cosa che facemmo subito dopo e che fu all’origine di una notevole quantità di iniziative che portarono negli anni a seguire oltre 450 giovani nel nostro centro di discernimento vocazionale di Assisi. Don Jan era stato per me ciò che avevo chiesto e trovato.

Ed ora un altro episodio, di questi ultimi tempi, in occasione di un Forum organizzato a Lisbona in Portogallo. Riferisco la breve storia con il tempo al presente perché è tuttora presente nel mio cuore. E’ il 6 dicembre 2010. Sono nella hall dell’Hotel Amazonia di Lisbona. Vedo accanto all’ascensore una giovane famiglia che si prepara ad uscire forse per visitare la città. Una signora dalla chioma bionda, credo sia la moglie, un ragazzo di dieci o dodici anni, anche lui biondo credo sia il figlio, un giovane uomo, leggermente incurvato su se stesso, su una sedia a rotelle. Penso debba essere affetto da quella terribile malattia che è la sclerosi multipla. Il quasi impercettibile e melanconico sorriso del bambino mi restituisce la tac di un’intera famiglia affetta da quel male.  Il ragazzetto brandisce distrattamente una videocamera. E’ a lui che la madre o forse il padre ha affidato l’incarico di filmare i momenti di un viaggio che un giorno potranno rivedere in tv. Non è quindi il genitore che filma e fissa gli istanti belli della crescita di un figlio, ma è il figlio che dovrà bloccare nelle immagini l’inesorabile declino fisico di una padre che forse presto non sarà più. Un quadro che mi fa salire una certa inquietudine e mi fa riaffiorare le gravi domande sul senso del male, della morte e quindi della vita. Ma non insisto più di tanto a scrutare i volti perché non è giusto curiosare nelle pieghe delle altrui sofferenze. Anche noi intanto ci apprestiamo a partire. Oggi abbiamo in programma un pellegrinaggio a Fatima. Ancora un volta cercherò nel brillio degli occhi di quella Vergine che mi accolse nel mio seminario di Trani, nei primi istanti della mia storia vocazionale, quelle nuove ragioni che allora mi valsero per quella scelta e che ora forse non bastano più. Arrivo dunque sulla spianata di Fatima come un soldato che non sa se difendersi o attaccare. Ho ancora nel cuore e nella mente l’immagine di quella famiglia sconfitta dalla sofferenza fisica. Vorrei quindi ascoltare qualcosa, essere fatto segno di un segno. Forse recitando il Rosario si rinnoverà quel miracolo che mi accade in luoghi come questi. Il ricevere appunto un segno che questa volta non oso nemmeno domandare. Attendo quindi un segno pregando così come mi riesce di pregare. Alle 14,15 il segno arriva. Sta piovendo. Sotto il colonnato a sinistra della Basilica passo davanti ad un’altra giovane famiglia (credo siano persone dei dintorni) che si ripara dalla pioggia e consuma il proprio pasto a sacco. I tre bambini e la mamma siedono sulla sporgenza della balaustra interna mentre il babbo è in piedi. Sono tutti intenti a mangiare il loro panino. Incrociando quegli sguardi avverto un effluvio di umile e compunta serenità che parte da loro e arriva a me. Non so perché ma anche questo quadro mi permea il cuore di tenerezza. Scorgo un’evidente traccia della presenza di Dio in quei volti. Chiedo anche a Clara, un’amica che mi ha accompagnato in questo pellegrinaggio, di essere partecipe di questa immagine ed anche lei viene colpita. Il segno ricevuto in questo luogo di apparizioni? Semplice. I due genitori che hanno accompagnato i loro figli ai piedi della Vergine hanno compiuto secondo me un gesto molto più efficace di mille congressi mariani. Essendo giorno di festa avrebbero potuto essere in un luna park o in uno dei tanti centri commerciali dove le vocianti famiglie oggi si recano a riempire i loro carrelli di cose inutili. Invece qui vedo il segno che raggiunge un prete che spesso è preda della demotivazione: portare le persone, le famiglie a Dio. La strada è ben chiara e indicata. Mi ritorna quella “voglia” che spesso ci abbandona. Ho trovato perché avevo cercato.

Cosa concludere? Occorre continuare a chiedere. Chiedere nei luoghi giusti e soprattutto chiedere cose possibili perché quelle impossibili non riescono nemmeno a Dio.

3.Un regalo di Pasqua

Ognuno di noi quando pensa ai regali ricevuti nelle più diverse occasioni, generalmente ricorda quelli più significativi o che lo hanno particolarmente colpito.

Se dovessi dire qual è stato il regalo più bello ricevuto nella mia vita, potrei procedere a enumerare quelli immateriali e quindi penserei al fatto di essere nato, di essere nato dai miei genitori, nel posto in cui questo è accaduto e così via.  Se, invece, dovessi pensare ai regali “materiali”, tra i tanti avuti in dono, ce n’è uno dal quale il mio ricordo non riesce a staccarsi.

Occorre risalire al 1988 quando ebbi la fortuna e ventura di trascorrere un anno di studi in Germania. Ero un giovane prete di 28 anni, fresco di consacrazione e con nobili entusiasmi. Frequentavo come uditore un corso di teologia presso la Facoltà Protestante di Monaco di Baviera e allo stesso tempo prestavo il mio servizio di prete ausiliare nella parrocchia di S. Joachim della stessa città.

Abitavo nella canonica di quella parrocchia situata in via Aidenbach, appena fuori dal centro storico. Mi trovavo molto bene e anche se prete italiano, venivo invitato spesso a cena dalle famiglie locali per intrattenermi con loro a parlare di problemi vari. La cosa provocava un leggero risentimento nel mio parroco, per cui accettavo questi inviti quasi di nascosto per non suscitare in lui, tedesco al 100%, quei piccoli e comprensibile istinti di gelosia.

Un giorno venne a trovarmi mio fratello che, preso da un impeto di libertà, voleva provare la via dell’emigrazione come risoluzione di alcuni suoi problemi. Restò con me un paio di giorni fino a quando, dopo aver incontrato un altro emigrato, capì di trovarsi nel posto sbagliato.

Conoscemmo Pietro, una persona di circa sessant’anni, di origine calabrese che si trovava in Germania da “sempre” con la mansione di manovale edile presso una ditta che aveva una specie di quartier generale proprio nella strada della parrocchia.

Abitava in un enorme palazzo che la sua ditta aveva destinato ai propri operai; un casermone dove le persone vivevano in stanze a quattro letti e lì svolgevano la loro vita al termine del turno di lavoro. Dalle fisionomie era evidente che si trattasse di operai italiani, jugoslavi, turchi, greci e di tutte quelle altre nazioni esportatrici di mano d’opera.

In sintesi Pietro sconsigliò a mio fratello di tentare la via “tedesca” spiegandogli che il tenore della sua vita era solo leggermente superiore a quello degli schiavi: sveglia la mattina alle 4,30, inizio del lavoro alle 7 e conclusione alle 16. E si doveva lavorare con qualsiasi condizione climatica. L’unica cosa buona, ci spiegò Pietro, a differenza di quanto succedeva in Italia, era che in quelle condizioni lavoravano anche i capo-cantieri, dando così il buon esempio.

Ricordo che quell’inverno a Monaco avemmo un abbassamento di temperatura fino a meno 25 gradi. In sintesi, a mio fratello tali spiegazioni furono più che sufficienti per tornarsene in gran fretta in Italia.

Un giorno, subito dopo Pasqua, sentii suonare al campanello della porta. Era Pietro. Mi spiegò che era appena tornato dalla Calabria dove lui da quasi trent’anni tornava per riunirsi alla sua famiglia durante le vacanze di Pasqua, di Natale e per le ferie estive.  Al suo paese Pietro aveva una moglie e due figli che lo vedevano solo quelle tre volte l’anno.

Tra le mani stringeva un involucro che mi volle subito consegnare. Senza nascondere un certo imbarazzo tentai di oppormi. Ma lui fu irremovibile. Mi disse che si trattava di una salsiccia tipica del suo paese che avrei dovuto accettare senza ulteriori discussioni.

–        Ma Pietro, tentai di dire, io non ho fatto niente per te.

–        Padre, mi spiegò, se lei non lo accetta, oltre a farmi dispiacere, mi toglierà la gioia di regalare qualcosa alla persona forse più importante che io abbia conosciuto fino a oggi a Monaco.

–        Pietro, riprovai, ci siamo incontrati una volta sola. E in quanto all’ ”importante” sono solo un modesto vice-parroco temporaneamente assoldato tra le truppe di riserva della grande diocesi di Monaco.

–        Padre, se lei accetta, io sarò una persona felice.

Compreso che altri discorsi sarebbero risultati del tutto inutili, e capito che Pietro si sentiva fortemente onorato del suo gesto, accettai.

Intanto non potei evitare di pensare a chissà quali privazioni si sottoponesse quell’uomo onesto che per permettere ai suoi figli di frequentare l’università si spezzava la schiena da mane a sera, in terra straniera e da quasi tutta la sua vita.

Rimasto solo aprii l’involucro che conteneva un’enorme soppressata di almeno due chilogrammi. E, anche se in quel periodo mi preparavo da mangiare da solo, compresi subito che i restanti mesi che avevo da vivere a Monaco non mi sarebbero bastati per consumarla tutta e così decisi di invitare le segretarie dell’ufficio parrocchiale per mangiarla insieme.

L’indomani, arrivata l’ora del Brotzeit, la pausa pranzo, che i tedeschi chiamano “pausa pane”, accolsi nel mio appartamentino le quattro donne e affettai l’ottima soppressata.

Mangiandola spiegai loro che si trattava di un regalo molto bello che avevo ricevuto da un amico italiano che viveva nel quartiere della nostra parrocchia. Un regalo per me molto significativo perché ricevuto da una persona disinteressata che me lo aveva dato senza chiedere nulla in cambio. E infatti mangiavo quel salame cogitabondo, quasi con una certa compunzione a tal punto che una delle segretarie mi chiese incuriosita:

–        Padre, ma che cosa fa questo suo amico qui a Monaco?

–        Il costruttore, risposi.

–        Costruttore di che?

–        Di case, amore e futuro. Le case per voi, l’amore e il futuro per lui e la sua famiglia.

Quando penso ai regali per una festa o per le grandi ricorrenze, Pietro, che non ho mai più rivisto, è sempre davanti e dentro di me.

2. Il Rosario di Madre Teresa

Risultato immagine per madre teresa di calcutta

Come rappresentanti degli studenti nel Consiglio di Facoltà un giorno proponemmo di invitare per la Giornata celebrativa della nostra Università Lateranense Madre Teresa di Calcutta. Proposta che venne gioiosamente approvata dagli studenti, dal Consiglio di Facoltà e dal Rettore.  Anche Madre Teresa, interpellata tramite una consorella, si disse disponibile. D’altronde eravamo studenti dell’Università del Papa e al Papa non si può disobbedire …

Quindi un mattino, con Stefano che oltre a essere un collega studente era uno dei pochi che disponesse di una vettura personale, andammo a prelevare la suora di Calcutta presso il suo noviziato che si trova accanto ai ruderi dell’acquedotto romano sull’Appia Nuova.

Fummo accolti in ambienti molto poveri e severi. Le suore erano tutte indaffarate e regnava un gran silenzio. Attendemmo Madre Teresa e onestamente provavo una certa emozione. Pensavo che durante il tragitto in macchina le avrei potuto rivolgere un paio di domande da trasformare poi in intervista per il mensile vocazionale a cui collaboravo quando avevo voglia e tempo. Approfittando dell’attesa provavo a formulare alcune questioni o argomenti da sottoporre.

Intanto arrivò Madre Teresa accompagnata da una più giovane consorella. Ci salutò con un sorriso e subito si infilò in macchina occupando con l’altra suora il sedile posteriore. Stefano, visibilmente più emozionato di me, mise in moto e partimmo.

Appena passati gli archi dell’acquedotto svoltammo a destra per andare in direzione del Laterano. La suora che accompagnava Madre Teresa ci chiese se volessimo recitare il rosario con loro. Accettammo con immenso piacere e iniziammo la recita del rosario bilingue. Madre Teresa e la sua suora pregavano in inglese e noi rispondevamo in latino.

Quasi tutti i semafori che incrociammo erano rossi e quindi tutto il tragitto fu piuttosto lungo. Noi continuavamo a recitare il rosario, ma notammo che la gente ferma sul marciapiedi scorgendo Madre Teresa in macchina salutava e sorrideva. La Madre a suo volta rispondeva ai saluti sorridendo e continuando a pregare.

Faceva un certo effetto attraversare la città recitando il rosario con Madre Teresa. A un certo punto notammo che tutto appariva più calmo e tranquillo. Anche le macchine guidate da autisti ora frettolosi ora aggressivi sembravano più lente del solito. La gente che camminava sui lati della strada sembrava tutta brava gente. Insomma la città era diventata diversa. Che cosa stava succedendo? Improvvisamente era cambiato il mondo? Ecco, questa sarebbe stata una bella domanda per Madre Teresa.

La risposta mi venne dal suo sguardo intenso e dal suo esprimersi utilizzando la preghiera più semplice del cristianesimo: l’Ave Maria. In un attimo intuisco che la preghiera ci cambia dentro e se cambiamo “dentro” possiamo anche cambiare “il fuori”.

Arrivammo all’Università, procedemmo con la cerimonia e tutto il resto che è stato registrato nelle cronache dell’Ateneo. Ciò che non resterà scritto è la nostra scoperta di quella mattina: Madre Teresa ci aveva insegnato che la recita del Rosario può cambiare il mondo. Il nostro e quello fuori di noi.

1. Benedici sempre, a qualcosa serve

A Praga era una fresca giornata di primavera e stavo attendendo di conoscere i giovani che si erano messi in contatto con noi per partecipare al nostro incontro di discernimento vocazionale ad Assisi. In pratica si trattava dell’appuntamento che davo ai ragazzi che avevano intenzione di diventare sacerdoti. Quel giorno ne arrivarono una decina e l’incontro durò alcune ore. Prima di lasciare la casa delle Francescane in Lublanska Ulica una suora mi avvertì che in portineria una donna aveva chiesto di me. Una donna? L’incontro era riservato solo a ragazzi. Incuriosito scendo al piano terra e riconosco Karolina, la mamma di un giovane che era stato nostro seminarista, ma aveva lasciato il seminario da più di un anno. Speravo che non si trattasse di una di quelle madri che avendo più “vocazione” dei figli cercano di fare il tutto per tutto per spingere il proprio rampollo di nuovo in un seminario. Comunque ero piuttosto sorpreso dalla visita e non avevo la più pallida idea del suo motivo, tanto più che sapevo che la famiglia di Karolina viveva nella regione della Boemia che confina con la Germania ed è piuttosto distante da Praga. Forse, mi dico, mi vorrà ringraziare per aver aiutato il figlio Stephan durante gli anni che è stato con noi.

Ma mi sbagliavo. Con poche e sorprendenti parole Karolina mi spiegò perché avesse affrontato un lungo viaggio per incontrarmi.

“-Sa, Padre – mi disse contenendo la mia meraviglia- la volevo ringraziare..
-Per cosa? Le chiesi incuriosito.
-Lo scorso anno quando lei venne a casa nostra per farci visita, era un lunedì. Lei si congratulò per averci visto come una famiglia piuttosto unita e poi, prima di andarsene, ci disse: “Il Signore vi benedica”.
-Sinceramente mi ricordo della visita, ma per il resto -aggiunsi- incontro tanta gente..
-Sì, era un lunedì e lei non lo sa, ma il venerdì successivo, io e mio marito saremmo dovuti andare dall’avvocato per decidere i preliminari per la nostra separazione legale..”
Le parole della signora mi lasciarono sbigottito perché io avevo percepito la loro unione e sinceramente mi meraviglia di questo errore perché dopo tanti anni in cui incontravo regolarmente coppie, giovani e ogni tipo di umanità, era difficile che il mio “sesto senso” si sbagliasse e mi permettesse di commettere un gaffe di tale portata. Katerina non colse il mio sconcerto e continuò con il suo racconto..
-Le sue parole e la sua benedizione ci hanno fatto riflettere. Ci siamo chiesti: “ma se siamo una famiglia unita, come ci ha detto, e se il Signore ci benedice perché non provare ad andare avanti?” E grazie alla sua benedizione lo abbiamo fatto e siamo ancora uniti. Per questo volevo ringraziarla..
-Io non ho fatto niente.. -tentai di schernirmi.
-Lei ha parlato e quelle parole hanno fatto il resto.
Mentre un indefinibile senso di smarrimento mi pervase pensai che una semplice espressione come “Il Signore ti benedica”, che dico abitualmente, può contribuire a cambiare la vita di qualcuno. Quel giorno ho provato quasi vergogna e rimorso per tutti i peccati di omissione accumulati ogni qual volta ho fatto mancare una parola di benedizione alle persone che ho incontrato!